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Bruno Ceretto, dal vino al Territorio la chiave è nella qualità

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Bruno Ceretto Bruno Ceretto

L’analisi di Bruno Ceretto tra privatizzazione, turismo, ristorazione e castelli

La storia del marchio Ceretto comincia nel comune di Santo Stefano Belbo agli inizi del ‘900, quando Riccardo, il patriarca, impara a fare il vino per i clienti della locanda di famiglia. Negli anni ‘30 si trasferisce ad Alba e comincia a produrre con il nome di Ceretto.

Il successo si è costruito invece a partire da 50 anni fa, «con la grande intuizione di comprare Brunate, Cannubi, Le Rocche, Asili, oggi riconosciuti fra i migliori cru del Barolo e Barbaresco, quando non valevano niente». Ora Bruno e Marcello, i Barolo Brothers, affiancati dalle nuove generazioni (Roberta e Federico, Lisa e Alessandro), esportano in 80 Paesi e hanno conquistato mercati quali Stati Uniti, Giappone, Svizzera, Canada, Russia. Senza dimenticare la Cina, che «ha davanti a sé, fra 30 anni, un avvenire popolato da due miliardi di abitanti, di cui 200milioni di ricchi».

Quella del vulcanico Bruno Ceretto, classe 1937, l’anima strategica dell’azienda, è una lucida analisi del mondo del vino.

«Io e mio fratello Marcello siamo arrivati in azienda a fine anni ’50. Iniziai a frequentare il Consorzio diretto a quel tempo da Renato Ratti: si parlava dell’invecchiamento dei Barolo che doveva passare da 4 a 3 anni e le idee erano contrastanti. I “grandi vecchi” come Pira e Mascarello sostenevano che questi vini dovessero esser bevuti almeno dopo 7 anni. Pensavo allora che la giusta misura fossero i 4 anni, ma ora mi ricredo e ritengo che soprattutto per le grandi annate siano necessari più anni di attesa.

Abbiamo la fortuna di abitare una terra straordinaria, che oltre al vino vanta ricchezze come il tartufo, le nocciole, la carne, lo stesso paesaggio. Tutto questo qualifica il presidio langarolo come elemento di interesse per il turismo.

Un secondo errore che abbiamo commesso negli anni ’80 è stato impiantare merlot, syrah, cabernet, seguendo una moda del tempo. Esaurito il loro ciclo questi vigneti non saranno più rinnovati. Sarebbe stato meglio credere con maggiore decisione nel Barolo e nel Barbaresco, che all’estero erano considerati “buoni, ma...”. Così è rimasto fino al 1994, quando nelle Langhe per la prima volta arrivò Robert Parker: dopo la sua visita sono diventati “buoni e basta”, e i consumatori internazionali, educati fino ad allora ai gusti francesi, hanno cominciato ad apprezzare le sfumature dei nostri vitigni più nobili. Anche se, pure in questo caso, qualcuno si è lasciato sedurre e ha sposato la linea americana di vini strutturati e forti. Meglio i classici, e il Barolo deve essere un vino di assoluto prestigio. Dodici milioni di bottiglie sono troppe, così come troppi sono i cru di eccellenza. Ci siam lasciati prendere dal profitto: sarebbe bene tornare indietro, riacquisendo quel prestigio che meritiamo e che faticosamente abbiamo raggiunto, arrivando ai vertici fra gli anni ’90 e 2000.

Ma anche se mi rendo conto della difficoltà nell’invertire la tendenza, come sempre sono fiducioso nel fatto che alla lunga sarà il mercato a fare testo. Anche se mi dispiace vedere sugli scaffali dei supermercati e degli autogrill dei vini a prezzi ridicoli».

Il futuro del vino piemontese? La privatizzazione

«A fare la differenza sarà sempre la qualità. E anche il rigore nella produzione, la grande specializzazione, la ricerca. Per fare tutto ciò, sarebbe meglio privatizzare. Mi spiego: se noi produttori fossimo più uniti, compreremmo la Scuola enologica e la gestiremmo autonomamente. Non può essere gestita dallo Stato, perché così facendo non puoi metterci dentro uno come Lanati, un grande tecnico che sarebbe perfetto come preside. Ma se guadagna meglio facendo il suo mestiere, perché dovrebbe accettare di prendere 1.800 euro al mese per dirigere una scuola? Se invece fosse privata, il suo lavoro potrebbero pagarlo i produttori, che avrebbero a disposizione anche delle ricerche di eccellenza. Finché non saremo uniti, tuttavia, e finché continueremo a perdere tempo in riunioni alla fine delle quali non si decide niente, non cresceremo davvero. Abbiamo già fatto molta strada, ma potremmo fare molto meglio. E le chiavi sono due: privatizzazione e turismo».

Il turismo è la chiave

«Della prima ho già detto, sulla gestione del secondo, invece, bisognerebbe che ci fosse più iniziativa, perché è la nostra vera miniera d’oro. Abbiamo la fortuna di abitare una terra straordinaria, che oltre al vino vanta ricchezze come il tartufo, le nocciole, la carne, lo stesso paesaggio. Tutto questo qualifica il presidio langarolo come elemento di interesse per il turismo. Poi ci sono dei numeri che parlano chiaro: nel ’99 gli addetti del settore erano 500, oggi sono diventati 6mila ed entro il 2020 arriveremo alle 10mila unità impiegate. Bisogna continuare a investire nel turismo e bisogna farlo bene, perché così si progredisce. Occorre far crescere l’accoglienza di qualità, migliorare le strutture esistenti, dotarsi di una grande Sala dei Congressi.  L’anno scorso, per la nostra reception sono passate 10mila persone: il nostro obiettivo è quello di arrivare a 25mila persone all’anno nel giro di 5 anni. E qui educhiamo il turista: gli facciamo pagare il servizio, ma gli diamo anche dei consigli, suggerendo alberghi e strutture ricettive. Molti turisti che arrivavano da noi si lamentavano della mancanza di organizzazione del territorio. Dobbiamo evitare che vengano delusi con proposte assurde di aziende che vendono tre bottiglie per dieci euro o che li illudono con l’olio al tartufo. Va bene vendere, ma bisogna trasmettere la sensazione che qui c’è la disponibilità a far vivere momenti felici, a far godere delle nostre tavole e dei nostri vini, a suggerire percorsi nelle Langhe, cose che raramente si possono vedere tutte insieme in altri territori.

A fare la differenza sarà sempre la qualità. E anche la rigidità nella produzione, la grande specializzazione, la ricerca. E per fare tutto ciò, sarebbe meglio privatizzare.

Il turismo devono gestirlo i produttori di vino, che sono diventati ricchissimi e devono avere la pazienza di reinvestire parte delle loro ricchezze in questo comparto. C’è gente che percorre 2mila km per venire ad Alba: deve trovare qualità. A me piace veder nascere le cose che possono far entusiasmare i giovani: poi le lascio volentieri quando capisco che c’è gente più brava di me che può farle andare avanti. Sono un uomo di marketing e conosco l’importanza di una buona comunicazione».

 

Ristorazione di qualità

«Siamo un polo incredibile di qualità: dobbiamo solamente far conoscere quello che abbiamo. I ristoranti premiati con le Tre, Due, Una  Stella Michelin sono utilissimi per il turismo sul territorio. Con il progetto di Piazza Duomo, grazie allo chef Enrico Crippa e alla sua capacità di dare esempio, già un suo collaboratore degli esordi è stato premiato con la stella Michelin e molti altri hanno aperto attività promettenti. Per Piazza Duomo abbiamo speso milioni di euro, ma c’è un maestro che insegna in cucina, usando solo materie prime piemontesi».

I Castelli delle Langhe

«Abbiamo sul territorio un’altra valida attrazione, i numerosi Castelli. Mi dà buona speranza la nuova idea di unirli in un’unica gestione con la Barolo&Castles Foundation. Lodevole iniziativa, a Roddi, aprire una scuola di cucina di territorio e ci vedrei bene pure un Museo del Tartufo Bianco d’Alba. Eccellente la gestione a Barolo del Castello e spero in una buona soluzione anche per il magnifico Castello di Serralunga. Quanto a Grinzane, molto è già stato fatto, ma si potrebbe internazionalizzarlo ancora di più. Magari recuperando il progetto originale dell’Asta del Tartufo Bianco d’Alba, che negli anni passati ha coinvolto e portato sul nostro territorio grandi ristoratori – da New York, Los Angeles, Tokyo, Parigi, Londra – divenuti ambasciatori delle eccellenze delle Langhe, dei nostri vini, dei nostri tartufi e dei nostri prodotti».

Ultima modifica: Venerdì, 07 Giugno 2013 13:31
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